I dischi volanti in Albania

Vincenzo Latronico racconta la grande truffa che travolse l’Albania nel 1997, intorno alla quale ruota un pezzo del suo romanzo
I dischi volanti del capitale atterrarono in Albania nel 1991, alla spicciolata; ne ripartirono tutti insieme nel 1996, fiammeggiando i motori, lasciando al decollo sotto di sé solo cerchi nerastri di utopia bruciata. Gli albanesi accolsero in festa i visitatori giunti dalla lontana galassia del libero mercato, che avevano attraversato il tempo e lo spazio e il muro di Berlino per trasportare ceste di doni. Fra questi doni c’erano automobili, televisori, vestiti firmati, e istituti di credito non statalizzati. Questi ultimi furono al centro di una truffa finanziaria di proporzioni colossali: se non per il valore nominale (un paio di miliardi di dollari), per l’impatto che ebbe sull’economia di un intero paese, l’Albania – e sulla vita pubblica di un altro, l’Italia. Ve li ricordate i barconi?
Il tredicimila percento
Ipotizziamo di aver affidato 100 milioni di lire, nel gennaio 1992, a una delle numerose banche private sorte rapidamente nel vuoto legislativo lasciato, in Albania, alla fine del regime socialista di Enver Hoxha. Nel gennaio 1993 avremmo avuto nel nostro conto circa 201 milioni. Nel gennaio 1995, circa 944. Nel gennaio 1996 avremmo avuto 13 miliardi e 270 milioni – con un rendimento, su quattro anni, del tredicimila percento – da scontare per un’inflazione altina, ma comunque mai sopra i 9-10 punti.
Nel 1997, invece, non avremmo avuto niente: perché in seguito all’insolvenza della prima finanziaria il governo, troppo tardi, aveva congelato i conti degli istituti privati che non erano ancora falliti. Complessivamente, le passività di quegli istituti ammontavano circa alla metà del PIL nazionale.
Che cosa era successo
In Albania si era sviluppata una colossale truffa piramidale – un cosiddetto schema Ponzi, più noto, di recente, per il caso dell’americano Bernie Madoff o del suo equivalente dei Parioli. Il funzionamento di queste truffe è semplicissimo: l’istituto promette un rendimento irragionevolmente alto, corrisposto periodicamente, a fronte di un investimento iniziale modesto. Gli investitori iniziali, vedendo che, alle prime scadenze, i soldi arrivano davvero, diffondono la voce – magari incentivati da un piano di benefici per chi porta nuovi clienti. Naturalmente, gli interessi distribuiti dalla finanziaria (quando non sono reinvestiti) provengono dalla cifra versata all’inizio dall’investitore stesso.
Nuovi clienti cominciano ad arrivare: e i loro depositi finanziano gli interessi, sempre più onerosi, dovuti ai sottoscrittori precedenti. Lo schema, è evidente, funziona solo fintanto che i nuovi sottoscrittori superano in numero quelli preesistenti (da qui il nome “piramidale”): e, in qualunque popolazione finita, è destinato a fallire. Il fallimento arriva molto rapidamente, dal momento che, per incoraggiare l’afflusso di nuovi capitali, gli interessi offerti tendono a salire con una certa rapidità. In Albania, nel 1992, erano in genere del 6% mensile; due anni dopo erano passati all’8%; due anni ancora e sfrecciavano dal 12% al 30%.
Come è stato possibile
Nei paesi europei (e non solo), un’offerta così palesemente conveniente non sarebbe possibile: non solo perché la legge lo vieta, ma perché la popolazione, anche quella più a digiuno di finanza, tenderebbe a non fidarsi di una banca sorta dal nulla che offrisse di triplicare il capitale in tre mesi. Tutto questo, in Albania, non c’era.
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